Una lettura dell'oggi

12.05.2026

Oggi viviamo in una società che a seconda delle semantiche di riferimento viene definita complessa o liquida. Forse dovremmo avere il coraggio di dire che viviamo in una società disgregata e disgregante in cui la solitudine, la frustrazione, l'ansia la fanno da padrone. Quando si sente parlare di violenza sulle donne si parla di cultura patriarcale e si dà ad essa la responsabilità dell'agire maschile. Il problema è più complesso e l'analisi scivolosa. Nel patriarcato c'era un padre, una struttura sociale coerente, la scuola, la società e la famiglia condividevano gli stessi valori. Ci si poteva adeguare o ribellare. Ma era chiaro a cosa adeguarsi o a cosa doversi ribellare. Oggi ognuno cerca il suo posto nel mondo senza avere riferimenti certi e le strutture educative e di solidarietà sociale vengono a mancare di forza e coerenza. La famiglia mononucleare ha lasciato soli i genitori e le coppie ad affrontare la vita. I bambini sono isolati, senza possibilità di esperire la vita intesa come gioco, come luogo in cui potere sperimentare la libertà e la socializzazione, dove esperire e crescere anche fisicamente senza avere addosso lo sguardo costante degli adulti che vorrebbero figli bravi e perfetti. Una volta i figli spesso subivano la proiezione dei genitori rispetto ad un riscatto sociale. Oggi devono essere bravi non per poter sviluppare un loro progetto di vita, ma perché gli adulti non vogliono problemi. Siamo nella società della performance e dell'immagine, non dell'anima. Non c'è spazio per la noia e per quel vuoto che stimola il soggetto a cercare nella sua stessa anima una strada da percorrere. Oggi ogni momento deve essere riempito, possibilmente di cose. Quasi mai di ascolto. Per ascoltare e osservare, per capire l'altro, ci vuole empatia. Ci vuole tempo. Ci vogliono pazienza e gentilezza. Ci vuole qualcuno che sia consapevole dei suoi stessi naturali pregiudizi e li sappia tenere a bada. Oggi questo non è permesso. Ci vogliono risultati e questi risultati devono arrivare velocemente. Non ci sono padri. La funzione maschile di guida, di aiuto alla formazione del super-io, di protezione e stabilità è messa molto in discussione. Non ci sono riti di passaggio che permettano soprattutto ai maschi di conquistare spazi sempre maggiori di espressione e autonomia, socialmente condivisi e che ne determinino un riconoscimento di capacità e maturità. Quando si è adulti? In alcune culture del nord africa quando un giovane uomo diventa padre viene chiamato dalla propria madre Baba (cioè appunto padre). In Medioriente un uomo viene chiamato con il nome del figlio maggiore, ad esempio Abu Omar, che vuole dire Padre di Omar. In quel modo di essere appellati c'è un messaggio di riconoscimento sociale di una funzione che è vista come fondamentale per la società tutta. Da noi quale riconoscimento sociale, di ruolo e anche psichico ha un uomo che diventa padre? Diventare padre vuole dire che esiste una donna che è madre. Che quindi ha un valore in più: rispetto perché moglie ma anche rispetto in quanto madre di mio figlio. Un doppio valore. Anche se ingrassa, anche se dedicandosi al figlio pare trascurare il marito in quanto maschio. Allo stesso tempo oggi anche le madri spesso latitano nell'accezione femminile di accoglienza, cura, sostegno, mediazione di conflitti. Anche alle donne viene chiesta la prestazione. Una donna che partorisce oggi deve essere felice. Se non lo è viene vissuta come inadeguata e incapace. Come può essere supportata o chiedere aiuto senza sentirsi in colpa? E i compagni, ai quali è richiesto di essere bravi lavoratori, bravi mariti, bravi padri, sono in grado di rispondere da soli a tutte queste richieste? La donna deve essere prestante nel lavoro, nella cura di sé e degli altri. Senza che il carico di lavoro familiare sia stato alleggerito. Anche le donne sono schiacciate in questa idea di essere efficienti (più che efficaci). E per essere pari agli uomini sovente sacrificano la propria parte più profondamente femminile (quella legata all'attenzione, all'attesa, alla comprensione, alla pietas, al cucire relazioni più che a dividere) per seguire un modello che non è vera emancipazione di sé ma ha come riferimento il modello maschile. I giovani oggi sono i più sacrificati perché il mondo adulto sembra richiedere che ciascuno sia il primo, non che sia utile al mondo. Gli adolescenti oggi rimproverano agli adulti di non sapere ascoltare, di non essere visti. Gli adolescenti, ancora puri, sono la punta di un iceberg che parla anche del mondo adulto. In questo clima sociale e psicologico, molto spesso complicato da problemi lavorativi ed economici, come non sentirsi frustrati, arrabbiati, soli e spesso quindi profondamente insicuri? Sentirsi inadeguati, anche se non dipende dalle capacità soggettive ma dal non sapere dare risposte a richieste impossibili da soddisfare, fa scattare meccanismi di rivalsa e chiusura. Come instaurare relazioni serene in questo contesto? Le relazioni maschio – femmina come possono determinarsi in modo sereno all'interno di questo contesto? Spesso le relazioni si deteriorano non a causa della fine dell'amore ma perché sommersi da rivendicazioni, accuse, responsabilità, che presi dal fare (e non dall'essere) vengono proiettate sull'altro. Gli uomini facilmente, riversano i sentimenti negativi, la frustrazione e l'aggressività all'interno dei contesti familiari. E questo porta a momenti di violenza agita e incapacità di controllo degli impulsi. I social non aiutano. Non permettono la possibilità di riflettere e ragionare a tutto tondo. La risposta allo stimolo deve essere immediata e binaria. No alle sfumature. Richiedono reazioni a impulso immediato. Nessuno viene esercitato a mettersi nei panni dell'altro. Ed ecco che diventa impossibile il confronto e la ricerca di soluzioni condivise. Si sente quindi oggi innanzitutto la necessità di attivare spazi di ascolto, spazi che siano liberi e protetti: liberi di esprimersi, protetti dalla presenza di un terapeuta che accoglie, contiene e indirizza. Nel caso poi si evidenzino situazioni critiche, soggettivamente riconosciute, l'ascolto iniziale può trasformarsi in una opportunità terapeutica con il proseguo degli incontri individuali o con l'inserimento del paziente in un percorso di gruppo in cui creare momenti di condivisione e confronto, che permettano di sentirsi meno soli con la propria rabbia e cercare delle soluzioni inter pares, con il supporto di un terapeuta.

Share